Le risposte ambigue dello Stato in provincia di AGrigento

LE RISPOSTE AMBIGUE.


 


A fronte di questo quadro, alcune risposte dello Stato appaiono, a dir poco, ambigue.


 


DI GANGI Salvatore, arrestato a Palermo nel gennaio del 1999 dopo una non breve latitanza, capo della famiglia mafiosa di Sciacca, con rilievo anche negli organigrammi provinciali di Cosa Nostra, non è più sottoposto al regime detentivo ex art. 41 bis dell'O.P.


Le ragioni non sono note, certo è che, parallelamente alla sua latitanza ed anche dopo, il territorio di Sciacca è stato interessato da altre due operazioni, l'operazione "ITACA" dei Carabinieri e l'operazione "TRIFOGLIO" della Polizia di Stato, la prima per associazione mafiosa, la seconda per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, dai cui provvedimenti restrittivi emerge con chiarezza che Cosa Nostra a Sciacca continua ad esistere ed operare, e che DI GANGI gode di rispetto e reputazione.


Peraltro, dalla sentenza del Tribunale di Sciacca che portò alla condanna per mafia del DI GANGI, alcuni appartenenti alla stessa famiglia mafiosa sono stati già scarcerati per avere espiato la condanna.


Ed è nel mandamento che comprende Sciacca che avviene il summit di Santa Margherita Belice, quello dell'operazione "CUPOLA" del 2002.


DI GANGI, per ravvivare la memoria, quando in libertà era interessato a Sciacca alla MARATUR s.r.l. , gestita di fatto dalla moglie BONO Vincenza.


Questa società derivava dalla XACPLAST s.r.l., sedente a Ribera, la quale nel 1983 aveva quali soci DIMINO Accursio (guardiaspalle del DI GANGI, già condannato per mafia, oggi in libertà), il noto BERRUTI Massimo Maria e MARINO Laura, coniugata con BONO Salvatore, cognato del DI GANGI.


A fronte di ciò, va ribadito, DI GANGI non è più al 41 bis.


 


Né al 41 bis è più sottoposto SUTERA Leo, capo del mandamento di Sambuca di Sicilia, figlio e nipote di capi mafia: arrestato, condannato per mafia in primo grado, si vede assegnato agli arresti domiciliari per una strana serie di circostanze, cui non sembra estranea la scarsa collaborazione del D.A.P., che non riesce, in questo caso, ad indicare un carcere vicino ad un ospedale ove il SUTERA possa essere sottoposto alle terapie che i postumi di un incidente stradale grave sembra gli impongano.


La Commissione Antimafia avrebbe dovuto verificare le responsabilità che hanno consentito al SUTERA di essere ancora attivo sul territorio e mantenere probabilmente in piedi un sistema di relazioni tra  boss del calibro di Provenzano e Matteo Messina Denaro e settori della politica e dell'economia.


Né, ancora al 41 bis è più sottoposto DI GIOIA Salvatore, che alla riunione di "CUPOLA" rappresentava Canicattì, la famiglia mafiosa di quel DI CARO che, proprio come lo stesso DI GIOIA, prima di essere arrestati per mafia, incontravano LO GIUDICE e discutevano delle sorti politiche di sindaci e deputati.


Anch'egli troppo malato per rimanere in un qualsiasi carcere italiano.


 


Segnali ambigui, di disattenzione sottovalutazione del problema, spesso legati a mere esigenze di economie temporali, emergono anche dalla line assunta in alcune occasioni da uffici requirenti.


Nei processi d'appello conseguenti a due importanti operazioni antimafia, proprio CUPOLA ed un'altra avvenuta ad Agrigento nel 2003, la Procura Generale concorda sulla pena con gli imputati, in cambio della rinuncia a motivi d'appello, sulla cui consistenza, considerato il tenore delle condanne di primo grado e la solidità e sostanziale univocità delle indagini dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ci sarebbe stato probabilmente da riflettere meglio.


 

 

 

Le risposte ambigue dello Stato in provincia di AGrigentoultima modifica: 2006-01-23T18:56:16+01:00da proc.antimafia
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